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Made in Italy: 16 milioni sprecati?

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Made in Italy

" Abbiamo voluto indagare quanto il Made in Italy sia ancora percepito come marchio di qualità. I risultati sono incredibili "

Volevamo capire quanto il “Made in Italy” potesse ancora rappresentare un valore aggiunto nella comunicazione, e abbiamo pensato che l’analisi degli hashtag di Instagram fosse un buon parametro di valutazione.

Abbiamo scoperto cose incredibili

La ricerca

Non è stato difficile. Utilizzando lo strumento base per la ricerca fornito da Instagram, abbiamo cominciato a digitare i vari hashtag con radice #madein. Quelli di seguito sono i risultati:

Made in Italy

Il grafico degli hashtag.

 

Il made in Italy vale 4 volte il secondo hashtag per popolarità

Che il Made in Italy fosse un marchio di qualità che viene orgogliosamente utilizzato, non era in dubbio. Che valesse oltre 16 milioni di post potevamo anche immaginarlo. Ma che il secondo in classifica (USA) fosse 4 volte inferiore, a fronte di 5 volte la popolazione, no, questo sospetto proprio non l’avevamo.

Qui il link per vedere i post: https://www.instagram.com/explore/tags/madeinitaly/

Un tesoro “sprecato”

La riflessione è immediata. Possibile che l’Italia, con la sua eccellenza nei settori della manifattura, del cibo, della moda e del design, giusto per citarne alcuni, esprima un parametro qualitativo così importante che non si traduce minimamente in PIL e competitività sul mercato?

Il raffronto con gli altri stati è impietoso in questo senso. Degli USA abbiamo già detto: a fronte di una popolazione di oltre 350 milioni di abitanti, con una dichiarata tendenza al nazionalismo, i circa 4,5 milioni di post rappresentano una goccia nel mare.

Ancora più eclatante, secondo noi, è però il dato della Francia che in termini di produzioni di moda, cibo, vino e design se la gioca in reputazione con l’Italia.

La performance dell’hashtag d’oltralpe è invece, anche in questo caso, un quarto di quella italiana.

Grandi soddisfazioni ce le prendiamo anche con la Germania, superpotenza economica in Europa, che si ferma addirittura a 1,3 milioni di post. E “loro” possono contare su una popolazione di potenziali influencer di 80 milioni contro i 60 italiani.

E siccome sappiamo che i nostri connazionali non sono particolarmente inclini all’auto promozione,  ne deriva che sono gli stranieri ad utilizzare l’hashtag “Made in Italycome sinonimo di qualità assoluta.

Made in China? Meglio non dirlo

L’ultimo dato davvero sorprendente è quello cinese. Con appena 432mila post taggati con il loro “made in“, sono all’ultimo posto della classifica. Certo, da tenere in considerazione ci sono almeno due fattori: Instagram non è una piattaforma particolarmente utilizzata dai cinesi e, soprattutto, così come il “Made in Italy” è marchio di qualità, il “Made In China” è comunemente associato a prodotti scadenti.

Riflessioni

Nella sua semplicità, quello che questa analisi evidenzia in modo dirompente, è quanto l’Italia sia incapace di mettere a reddito la sua reputazione e trasformare la qualità dei suoi prodotti, quasi sempre vera e non presunta, in punti di PIL.

E’ evidente che qualcosa nel sistema attuale non funziona, ed è evidente che non è la comunicazione a rappresentare il punto debole. Più facile pensare che si tratti di un problema di sistema, che non crea le condizioni strutturali che servono alle aziende per poter dare seguito, con un’offerta adeguata, alla enorme domanda che il mondo sembra farci.